Moti di imitazione. Le teorie della mimesi tra letteratura, filosofia e scienza

Moti di imitazione. Le teorie della mimesi tra letteratura, filosofia e scienza

Summer School: 17 e 18 settembre 2018

 

Il 17 e 18 settembre 2018, presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università  degli Studi Roma Tre, si terrà una summer school rivolta a dottorandi, dottori di ricerca o assegnisti di formazione umanistica, impegnati, in Italia e all’estero, in ricerche di taglio interdisciplinare. L’iniziativa intitolata Moti di imitazione. Le teorie della mimesi tra letteratura, filosofia e scienza permetterà di delineare uno stato dell’arte nelle teorie della mimesi, attraverso i campi della critica (Gianluigi Simonetti, Università dell’Aquila) e della teoria letteraria (Massimo Salgaro, Università di Bergamo – Institut d’études avancées de Paris), della filosofia (Gianfranco Mormino, Università di Milano), della psicoanalisi (Felice Cimatti, Università della Calabria) e delle neuroscienze (Maria Alessandra Umiltà,  Università di Parma), sia sul versante metodologico che su quello applicativo. Gli studiosi che aderiranno al progetto potranno leggere in anticipo gli abstract delle relazioni, con relativa bibliografia, e prepararsi ad una partecipazione attiva e consapevole al dibattito. La prima fase della summer school sarà dedicata all’ascolto dei relatori, mentre nella tavola rotonda conclusiva gli iscritti potranno entrare in dialogo con i relatori, anche a partire dalle proprie ricerche in corso. Il volume che Ugo Fracassa, coordinatore scientifico del progetto, curerà per la pubblicazione prevista nel 2019, raccoglierà uno o più contributi elaborati dagli iscritti stessi, previa valutazione da parte della commissione.

La summer school si indirizza principalmente a ricercatori in formazione (dottorandi, dottori di ricerca e assegnisti) che abbiano in corso di svolgimento uno studio negli ambiti della critica letteraria, della teoria della letteratura e delle letterature comparate che incroci la questione dell’imitazione in prospettiva interdisciplinare. Più in generale la summer school si rivolge a quanti siano interessati ad un’esperienza di alta formazione su questioni di natura spiccatamente interdisciplinare [per una visione più ampia e dettagliata delle aree di interesse implicate nel progetto si rimanda alla “Descrizione del progetto”].

Per partecipare è necessario avanzare la propria candidatura entro il 30 giugno 2018. I candidati selezionati, fino al numero massimo di 15, riceveranno comunicazione entro il 7 luglio e verranno contestualmente invitati a versare la quota di iscrizione entro il 14 luglio. La quota di iscrizione ammonta a 70 euro: comprensiva delle spese per la cena sociale del 17 settembre, la quota non copre le spese di viaggio e pernottamento, per quest’ultimo tuttavia saranno segnalate strutture convenzionate.

Per avanzare la propria candidatura è necessario inviare una e-mail all’indirizzo motidiimitazione@gmail.com, avendo cura di indicare: il proprio nome e cognome, l’università di appartenenza, l’argomento della ricerca in corso con relativa descrizione (max 3000 battute), il nome del tutor (nel caso di tesi di dottorato). Per certificare l’avvenuto pagamento della quota di iscrizione, infine, ciascun partecipante provvederà ad inviare per e-mail al medesimo indirizzo la scansione della ricevuta di pagamento, entro e non oltre il 21 luglio. In assenza di tale certificazione il candidato selezionato verrà escluso dalla summer school. Per ciascun partecipante il Dipartimento di Studi Umanistici rilascerà, ai fini curriculari, un attestato di frequenza.

 

La quota di iscrizione va corrisposta via bonifico bancario all’Università degli Studi Roma Tre: 

IBAN: IT85 W 05034 03207 000000300000

Causale: Dipartimento di Studi Umanistici, iscrizione alla summer school “Moti di imitazione”, 17 – 18 settembre 2018

 Per informazioni: dott.ssa Anna Radicetta, segreteria per la ricerca, tel. +390657338604

 

Descrizione del progetto

Si deve a René Girard, a quel tempo chairman nel Dipartimento di Lingue Romanze della Johns Hopkins University, l’ideazione nel 1966 del convegno intitolato The Languages of Criticism and the Sciences of Man. In apertura dei lavori risuonarono, nelle sale della Milton S. Eisenhower Library, le parole pronunciate da Charles S. Peirce nel 1882, in una conferenza introduttiva allo studio della logica: “But the higher places in science in the coming years are for those who succeed in adapting the methods of one science to the investigation of another”.

La teoria della letteratura ha saputo trarre profitto da quella massima nel secolo successivo, il trascorso XX, durante il quale la disciplina è stata rifondata, a partire dalla stagione moscovita e pietroburghese del formalismo russo, anche grazie alla disponibilità al dialogo interdisciplinare. Un testo cardine di quel movimento, La morfologia della fiaba di Vladimir Propp (1928), prendeva a prestito la terminologia del Goethe naturalista. Ma il “demone della teoria” ha continuato a favorire il dialogo attraverso il Novecento fino alla soglia del postmoderno e oltre, come dimostra il neologismo “semiosfera” che Jurij Lotman coniava nel 1984 attingendo dal lessico della biologia.

Sebbene in un’ipotetica, ma da più parti evocata, società della conoscenza non abbia più corso la denuncia della frattura tra le due culture – se non di quella individuata da Remo Ceserani tra scienze pure e scienze applicate (cfr. R. Ceserani, Convergenze. Gli strumenti letterari e le altre discipline, 2010) – si danno periodi storici e frangenti culturali nei quali nuove acquisizioni in un campo scientifico finiscono per colonizzare altri ambiti disciplinari, fino a produrre una vera e propria egemonia epistemologica, come era accaduto appunto negli anni dell’acmè della teoria strutturalista, a partire da premesse linguistico-letterarie, in biologia, antropologia, sociologia, economia ecc.

Dalla seconda metà degli anni novanta, grazie all’individuazione dei cosiddetti “neuroni specchio” da parte del gruppo di neurofisiologi dell’università di Parma guidati da Giacomo Rizzolatti, un nuova via di comunicazione tra i saperi si è resa percorribile grazie alla nozione ponte di imitazione.

Non è un caso che gli studiosi di letteratura si siano, tra i primi e con maggiore profitto, disposti ad un dialogo con le neuroscienze. L’imitazione o mimesi infatti permette di percorrere a ritroso la storia della teoria letteraria fino alle sue origini aristoteliche. Originariamente connessa alla rappresentazione scenica, l’imitazione è servita da grimaldello teorico più di duemila anni dopo per lo studio del realismo nella letteratura occidentale, nell’opera che Eric Auerbach intitolò Mimesis.

Nel corso del Novecento gli studi teorico-letterari hanno variamente circuito il nodo dell’imitazione, dopo la ripresa auerbachiana, fornendone volta a volta definizioni diverse e parziali, fino a proporne la decostruzione in ambito di studi postcoloniali e di genere. Nella visione agonistica che Harold Bloom aveva della dinamica letteraria, l’influenza è certamente fonte di angoscia ma, nella misura in cui suscita emulazione, può rivelarsi fattore “evolutivo”: “Scegliere un uomo eccellente su tutti gli altri, e seguirlo finché non si diventa pari a lui, o così simili a lui che la copia può essere scambiata per l’originale”, è quanto a proposito dell’imitazione affermava Ben Jonson, citato da Bloom (The Anxiety of Influence, 1973). Homi Bhabha, in “Dell’imitazione e l’uomo” (Location of Culture, 1994), riscrive il concetto come mimicry e ricorda che “il discorso dell’imitazione è costruito intorno all’ambivalenza”. Ancora una volta il minimo scarto che si produce nell’imitazione – “l’effetto del mimetismo è camuffamento”, ricorda lo studioso citando Lacan – si rivela progressivo. Per Judith Butler infine, che col suo Gender trouble fonda nel 1990 i queer studies, è la struttura stessa del genere a rivelarsi imitativa.

La vera rinascita della teoria mimetica nel secolo scorso si deve però al già citato René Girard che nel 1961, con Menzogna romantica e verità romanzesca, propone uno studio del desiderio nella storia del romanzo europeo, da Cervantes a Proust, nel quale le dinamiche imitative si rivelano cruciali. La sua teoria del desiderio mimetico o triangolare viene oggi considerata, retrospettivamente, se non anticipatrice certamente coerente rispetto alle recenti acquisizioni neuroscientifiche. Lo stesso Girard, che in seguito avrebbe ampliato il suo campo di studi all’antropologia del sacro attraverso la medesima lente teorica (La violence et le sacré, 1972), ha mostrato grande interesse per i neuroni specchio nell’ultimissima fase della sua attività intellettuale, riconoscendo nel discorso neuroscientifico una profonda consonanza con le  proprie tesi di critico e di antropologo ed entrando in dialogo diretto con gli scienziati.

Le teorie della mimesi del resto paiono dispiegare una coerenza di lungo periodo. La specificità motoria dei neuroni specchio richiama infatti i principi cardinali della Poetica poiché “coloro che imitano imitano persone che agiscono [pràttontas]” (Poetica, II, 1448 a). L’imitazione pertiene al moto, al gesto, all’agire e riguarda il vivente, l’uomo (in continuità col regno animale), non l’imitazione di esseri inanimati, come peraltro aveva già affermato Spinoza (“se immaginiamo qualcuno simile a noi interessato da un qualche sentimento, questa immaginazione esprimerà un’affezione del nostro Corpo analoga a questo sentimento”; Etica, prop. XXVII) e  come  risulta anche dagli studi post-freudiani di Eugenio Gaddini sulla psicosi autistica “l’attività imitativa in origine ha a che fare soltanto con oggetti animati” (Sulla imitazione, 1969).

In altre parole, l’emozione dell’altro viene compresa direttamente attraverso una simulazione incarnata che dà luogo a un’esperienza “come se”, prodotta da uno stato del corpo condiviso. La recente inaugurazione in ambito neuroscientifico della categoria di embodied simulation perciò (V. Gallese, C. Keysers, G. Rizzolatti, “A unifying view of the basis of social cognition”, 2004) ricolloca lo studio dell’imitazione nella dimensione relazionale interumana: “the fundamental mechanism that allows us a direct experiential grasp of the mind of others is not conceptual reasoning but direct simulation of the observed events through the mirror mechanism”.

Il campo che si apre oggi a una considerazione neuro-estetica della produzione artistica non potrà allora che disporsi in linea di continuità con le premesse della mimesis aristotelica e, perciò stesso, destituire le poetiche di ispirazione classicista di potenzialità propriamente mimetica (l’imitazione di modelli classici rinviando piuttosto ad una concezione platonica dell’arte). Ciò non comporta del resto per la neuroestetica, che si è inizialmente orientata all’analisi dell’arte pittorica, una pregiudiziale figurativa, come dimostrava già il pionieristico studio di Semir Zeki (Inner vision, 1999).

Dietro un taglio di Lucio Fontana, infatti, è comunque possibile apprezzare la traccia dell’intenzionalità, un reperto fossile del movimento, del gesto dell’artista, come verificato in laboratorio da Maria Alessandra Umiltà (cfr. M. A. Umiltà, “Abstract art and cortical motor activation”, 2012; prende spunto dagli esiti di quella ricerca: U. Fracassa, “Il gesto era un fatto pensoso. Villa, l’arte, la scrittura”, 2017). Dalla proiezione sul campo artistico, la neuroestetica o estetica sperimentale è oggi in procinto di estendere il proprio raggio di azione sullo studio della letteratura (cfr. M. Salgaro ed., Verso una neuroestetica della letteratura, 2009). Nell’ambito degli studi evoluzionistici della cultura, infine, aveva già fatto ricorso alla nozione di imitazione Richard Dawkins per la sua “memetica” (The Selfish Gene, 1976), teoria che, attraverso un approccio neodarwinista, postulava il propagarsi, per imitazione appunto, di minime unità culturali dette memi (dal greco μίμημα).

La recente fortuna di teorie variamente connesse col modello euristico dell’imitazione segue però ad una lunga sfortuna filosofica dello stesso. Dopo Aristotele infatti, è possibile cogliere  un vero e proprio pregiudizio filosofico contro il presunto carattere meccanico dell’imitazione, salvo rare eccezioni, in particolare quella già richiamata dell’Etica di Baruch Spinoza nella quale, pur su base rigorosamente fisiologica, la mimesi attinge la sfera degli affetti e si prefigura il concetto di empatia: “Se immaginiamo che una cosa simile a noi, con la quale non siamo legati da alcun sentimento, provi un qualche sentimento, per il fatto stesso di questo immaginare proveremo anche noi un sentimento simile […]. Questa imitazione […] si chiama Compassione” (citato in G. Mormino, Per una teoria dell’imitazione, 2016).

Se in campo filosofico il peccato originale dell’imitazione consisteva nella minaccia portata all’idolo del libero arbitrio, altrettanto sacrilego risultò in ambito psicoanalitico l’attentato ai fondamenti pulsionali della psiche (per un discorso comparativo tra filosofia e psicoanalisi cfr. S. Vizzardelli, F. Cimatti eds., Filosofia e psicoanalisi, 2012). Nel pensiero freudiano l’imitazione era confinata alla fase infantile o altrimenti alla psicologia delle masse, mentre nella psicologia analitica di Carl Gustav Jung tale facoltà si trovava a contrastare il fine ultimo di ogni esistenza umana, ovvero l’individuazione: “L’uomo ha una facoltà che per gli intenti collettivi è utilissima, e dannosissima per l’individuazione, quella di imitare” (Tipi psicologici, 1921).

Nella dichiarazione di Jung risulta comunque superata una concezione volta a relegare l’imitazione ai primi stadi dello sviluppo psichico e, a onor del vero, lo stesso Freud aveva intuito già nel 1895 (Progetto di una psicologia) il valore imitativo delle percezioni sensoriali sussistere ben oltre l’infanzia. A questa intuizione ancorava le proprie ricerche, a metà degli anni sessanta, il già citato Eugenio Gaddini grazie al quale è stato infine possibile riconoscere nell’imitazione una struttura permanente, una forma relazionale stabile.

Particolarmente interessanti risultano allora nel pensiero dello psicoanalista italiano certe stringenti e inopinate analogie con la teoria mimetica di Girard, formulata solo qualche anno prima in ambito di critica letteraria. Se Girard ha potuto definire “metafisico” il desiderio dei personaggi romanzeschi creati da Flaubert o Stendhal poiché volto non al possesso dell’oggetto – del quale nella dinamica triangolare si può tollerare perfino l’assenza – bensì all’essere del modello mediatore, Gaddini ha potuto osservare nei suoi studi clinici che “il protomodello psichico della imitazione – imitare per essere – si instaura non in presenza ma in assenza dell’oggetto” (Sulla imitazione). Un’ulteriore analogia, se possibile più sorprendente, circa la medesima questione “metafisica” è possibile ravvisare già alla fine dell’Ottocento nella sociologia di Thornstein Weblen: “Ma soltanto quando sia preso in un senso molto lontano dal suo significato originario il consumo di merci può dirsi che offra l’incentivo da cui procede invariabilmente l’accumulazione. Il motivo che sta alla radice della proprietà è l’emulazione […]. Il possesso della ricchezza conferisce onore, è una distinzione antagonistica» (La teoria della classe agiata, 1899).

La mutazione antropologica che ha permesso di parlare in anni recenti di un “uomo senza inconscio” (cfr. M. Recalcati, 2010) pare infine aver destituito di senso le pregiudiziali antimimetiche del pensiero psicoanalitico attraverso un raffreddamento della base libidica di una società fondata sull’omologazione e massificazione dei desideri (per un sondaggio sulle forme del desiderio nella narrativa italiana contemporanea cfr. G. Simonetti, “Come e cosa desidera la narrativa italiana degli anni Zero”, 2013). Peraltro era stato Jacques Lacan, cui si devono pagine illuminanti sul cosiddetto “stadio dello specchio”, a illustrare già alla fine degli anni cinquanta la fenomenologia del desiderio imitativo, traendo il materiale di analisi non dalla pratica clinica ma, ancora una volta, dalla letteratura.

Seguendo l’esempio di Freud che aveva trovato nell’eponimo personaggio sofocleo il modello per il complesso di Edipo, Lacan attinge infatti dall’Amleto shakespeariano per descrivere il dramma del desiderio (“Sette lezioni su Amleto”, 1958-59). Con le parole di Kojève, maestro comune a Lacan e Girard: “il Desiderio è umano unicamente se l’uno non desidera il corpo (animale, naturale, dato), bensì il desiderio dell’altro” (A. Kojève, Introduzione alla lettura di Hegel). E il desiderio dell’altro può coincidere nella rilettura lacaniana dell’Amleto col “desiderio della madre” che il protagonista, incapace di desiderare in proprio, assumerebbe temporaneamente su di sé.

Oggi, il ponte inaugurato dalle neuroscienze su fondamenta mimetiche costituisce dunque la via regia per i rinnovati scambi tra i diversi saperi, e la teoria della letteratura sembra poter godere di una posizione privilegiata in questo dialogo, in virtù del circuito virtuoso che collega le origini aristoteliche della disciplina al pensiero di René Girard.

Se – ancora con Aristotele e con Freud – è il desiderio (con litote neuroscientifica: l’intenzione) l’unico carburante psichico (cfr. Aristotele, Sull’anima, cap. 9; Freud, L’interpretazione dei sogni, cap. VII), e non si dà desiderio senza rappresentazione, allora l’enorme archivio della letteratura continua ad offrirsi come ineguagliabile campo di osservazione per i moti di imitazione e le dinamiche del desiderio. Pur nella sua specificità, la teoria letteraria sembra poter porgere un contributo originale al dialogo, a quel processo interdisciplinare di “adattamento dei metodi” auspicato da Peirce nel 1882, per esempio portando l’attenzione, come è stato fatto in epoca post-strutturalista, sulla natura ambivalente dell’imitazione: “un’imitazione perfetta non è un’imitazione” (J. Derrida, Della disseminazione). Alla fine del secolo scorso, coerentemente con l’assunto derridiano, teorici di diverso orientamento convergevano nel voler indicare nel minimo scarto che l’imitazione umana necessariamente produce, in quanto non meccanica, il nocciolo gnoseologico della mimesi.

Coordinatore scientifico

Ugo Fracassa

Ricercatore confermato, professore aggregato in Critica letteraria e letterature comparate, Dipartimento di Studi  Umanistici Università Roma Tre (+390657338606).

Comitato organizzativo

Carlo Baghetti carlo.baghetti@univ-amu.fr

Ugo Fracassa  ugo.fracassa@uniroma3.it

Fabrizio Miliucci  fabrizio.miliucci@uniroma3.it

Giacomo Tinelli  giacomo.tinelli2@unibo.it